GONNELLI CASA D'ASTE - Florence (Italie). MANUSCRITS – LIVRES du XVe au XXe siècle -

49 TUTTI I LOTTI SONO RIPRODOTTI NEL SITO WWW.GONNELLI.IT GONNELLI CASA D’ASTE CASA D’ASTE Nella pagina a fianco: un dettaglio del Lotto 101 Vita e miracoli di Abune, leggendario santo d’Etiopia 89. Anonimo etiope Gedle Gebre Menfes Qidus: Atti di San Gebre Menfes Qidus Etiopia centrale, verosimilmente metà XIX secolo. Manoscritto etiopico agiografico sulla vita del santo Gebre Menfes Qidus. 73 carte su fogli pergamenacei [2+69+2] misuranti mm. 255x190; spazio scritto di mm. 180x160. Testo in lingua ge’ez su doppia colonna di 19 o 20 righi ciascuna, con titolature ed elementi separatori a croce greca in rosso tenue; corpo di testo in inchiostro nero. Notevole legatura in legno rivestita in tela colorata a sua volta ricoperta di pelle caprina rossastra, decorata a tipici motivi geometrici modulari impressi e rettangolo centrale a cerchietti e triangoli iscritti, appena differenziati fra i due piatti esterni. Condizioni buone con minime mancanze e rari fori nella pergamena. Si segnala l’assenza di due carte forse contenenti miniature a tutta pagina con episodi della vita del santo. Le ultime due carte sono di mano più recente. Nota di possesso rubricata in fine. Gebre Menfes Qidus, altresì noto coi nomignoli devozionali di Abune o Abo, è uno dei santi più venerati della Chiesa Ortodossa Etiope (Tewahedo). La tradizione agiografica etiope attribuisce a questo anacoreta di origine basso-egiziana caratteristiche sia veterotestamentaria che evangeliche: una vita di durata plurisecolare, la pratica dei miracoli, frequenti meditazioni nel deserto, tre pellegrinaggi in Terrasanta, la perfetta resistenza alle tentazioni del Maligno e la predicazione alle popolazioni d’Etiopia, culminata nella fondazione, all’interno del cratere di un vulcano estinto, del monastero di Zuqualla (Zeqala, o Zeqala Abo) nella regione storica La pietà ebraica in un notevole Siddur di fine Cinquecento 90. Anonimo ebreo Siddur delle preghiere quotidiane e festive in lingua ebraica Italia centrale o settentrionale (forse Ferrara), terzo quarto del XVI secolo. In-folio pergamenaceo (300x215, spazio scritto mm. 220x135 ca.) con testo principale in ebraico quadratico (merubba’) italiano vocalizzato. Composto di 159 carte e 2 sguardie, la posteriore recante un’estesa nota in ebraico rashi marroncina. Testo vergato in inchiostro nero; occasionali rubricature dei titoli, talora a tinte per lettere alterne, e testo disposto variamente su una o più colonne con estensione dagli 11 ai 23 righi. La parola iniziale delle preghiere è sempre vergata a modulo maggiore in principio di rigo o al centro se di modulo m a s s i m o . N o t e v o l e disegno di giovane in profilo al m a r g i n e superiore sinistro della c. 2; rade e sparse note marginali. Numerose mancanze testuali. Legatura in cartone rinforzato rivestita in pergamena muta, con fascicoli cuciti intorno al dorso e fissati da una spessa corda di canapa; nervi rilevati con rivestimento parzialmente esposto e piccoli tagli alle cuffie; i piatti, lievemente usurati, presentano due forellini sulla pergamena e alcune macchie scure. Buone condizioni complessive, nonostante sparse fioriture e gore di umidità, macchioline brune e rade sbavature; sbiadimenti all’inchiostro su alcune pagine. Pergamena talvolta pieghettata, senza aver patito altro danno che radi strappi in qualche punta o a margine, né perdite di testo. Questo imponente manoscritto liturgico ebraico per la preghiera ordinaria e quotidiana, un Siddur di rito italiano, consiste in una vasta antologia di preghiere, omelie, passi biblici e citazioni esegetiche che spaziano dalle preci di gratitudine (Mah Tovu) all’inizio del servizio del Sabato, all’Acheinu e i Modim, fino al più famoso Baruch Ata’ Adonai (“Benedetto sei Tu (O Signore)”) e alla preghiera pasquale aramaica dello Ha’ Lachma’ ‘anyia’ (“Questo è il pane dell’afflizione”), cantata per la festa degli azzimi, al Lo la-nu, Adonai (“Non a noi, O Signore”), nonché Salmi, passi biblici e pareri o detti di celebri esegeti, come il citato Shimon Ben-Zoma’. Al verso della carta di testo finale sono presenti tre note di revisione autografe, rispettivamente di Lorenzo Franguella (ebreo convertito e censore negli ambiti ferrarese e mantovano) datata 1575, di un certo Ippolito da Ferrara e l’ultima di Giovanni Domenico Vistorini, revisore per il Sant’Uffizio a Venezia incaricato di rinvenire passaggi ritenuti anticristiani nei testi ebraici, datata al 1609. Benché mutilo in vari luoghi, il presente codice costituisce un rimarchevole esempio dell’estrema cura con cui gli ebrei italiani perpetuarono le proprie tradizioni religiose, anche e soprattutto nei periodi in cui subirono la più dura segregazione, come all’epoca della Controriforma e nei decenni successivi. € 1200 dello Shewa. Il santo possedeva il carisma di ammansire le belve, tanto che lo si ammira circondato da leoni e leopardi nell’iconografia, che gli attribuisce anche barba fluente, statura eretta e aureola, una croce nella destra e il corpo interamente ricoperto dei propri candidi capelli. Il presente manoscritto costituisce un esempio tangibile della profonda devozione che tuttora la Chiesa etiope tributa a questo monaco (il cui nome significa “Servitore dello Spirito Santo”), al punto da dedicare al suo culto il quinto giorno di ogni mese del calendario liturgico. € 200

RkJQdWJsaXNoZXIy NjUxNw==